giovedì 12 marzo 2026

Il porto che non c'è (ancora)

Piano di Sorrento, Sant'Agnello e il progetto Aponte

errori già commessi e opportunità che il silenzio delle istituzioni rischia di far naufragare

Nella mia vita professionale ho visto grandi porti, porti piccoli, opere riuscite e disastri annunciati. Ho imparato, nel tempo, che il mare non perdona le decisioni affrettate né quelle rinviate all'infinito. Ed è con questo bagaglio che mi trovo oggi a ragionare con sentimenti contrastanti, su una proposta che agita le acque della penisola sorrentina: il progetto del porto di Marina di Cassano, promosso e finanziato interamente dalla famiglia Aponte.

Il progetto: cosa prevede

Gli Aponte, armatori e figure storiche dell'imprenditoria marittima campana che certamente non sta a me presentare giacché ai più arcinoti, hanno presentato ai due comuni interessati dall’area un progetto ambizioso: un unico porto turistico che unifichi le marine di Piano di Sorrento e Sant'Agnello, con un aumento fino al 15% dei posti barca disponibili, un molo dedicato ai grandi yacht, spazi pubblici affacciati sul mare, percorsi pedonali, aree verdi e, elemento tutt'altro che secondario, un ascensore che colleghi il “marina” con i giardini di Villa Fondi, ricucendo quel legame tra il borgo marinaro e il centro urbano che da decenni si è via via sfilacciato.
L'investimento è di oltre 40 milioni di euro, totalmente privato. Nessun onere per le casse comunali. Gli Aponte, come ha dichiarato il CEO Maurizio Aponte, vogliono lasciare qualcosa di concreto alla terra delle loro origini, in memoria degli antenati che proprio dalla Marina di Cassano mossero i primi passi nell'armamento. Un gesto che ha una sua nobiltà, indipendentemente da come lo si valuti sul piano urbanistico.

Una posizione che si è evoluta: perché ero contrario, e perché oggi non lo sono più del tutto

Devo essere onesto: sono sempre stato contrario alla costruzione di grandi opere portuali in contesti costieri sensibili come quello della penisola sorrentina. E lo ero in modo particolare quando si discusse della realizzazione dapprima del porto consorziale e poi del porticciolo, che oggi insiste assieme allo “scoglierone” del Pizzo santanellese, su quella che fu per generazioni la spiaggia storica di Marina di Cassano. Ero contrario allora, e lo ribadisco: quella scelta ha sottratto alla comunità una risorsa pubblica, la spiaggia, senza restituire in cambio un'infrastruttura davvero funzionale.
Oggi, però, il quadro è diverso. Il danno è già fatto. Quei due porticcioli esistono: sono esteticamente poveri, nauticamente insufficienti, privi di una visione strategica. La spiaggia è già perduta. Opporsi a questo nuovo progetto in nome della conservazione di uno status quo che non merita di essere conservato sarebbe, a mio avviso, un errore di metodo oltre che di sostanza.

Le domande che occorre porsi

Detto questo, l'esperienza insegna che ogni opera portuale va valutata con strumenti tecnici seri, non con entusiasmi né con pregiudizi. Alcune domande restano aperte e meritano risposte prima di qualsiasi decisione definitiva.
Sul piano nautico e ambientale: come si modificherà la circolazione delle correnti? Qual è l'impatto previsto sulla sedimentazione nelle anse adiacenti? Sono stati condotti e resi pubblici studi idrodinamici?
Un porto di queste dimensioni su una costa già fragile non può essere approvato sulla fiducia.
Sul piano della fruizione pubblica: gli spazi promessi quali piazze, percorsi pedonali, aree di balneazione, sono vincolati contrattualmente o restano promesse?
Chi gestirà gli ormeggi, e a quali condizioni?
Un porto privato mal regolamentato rischia di trasformarsi in un'enclave esclusiva, accessibile solo a chi può permettersi ormeggi di lusso, escludendo i pescatori locali e la comunità. Le concessioni demaniali, in particolare, devono essere trasparenti nelle durate e nei canoni.

Il silenzio assordante delle istituzioni

Quel che colpisce, in questa vicenda, non è tanto il progetto in sé quanto la risposta che ha ricevuto: nessuna. Cinque mesi dopo il deposito ufficiale della proposta ai due comuni, dopo riunioni tecniche preliminari che sembravano promettenti, non è arrivata alcuna risposta formale. Nessun sì, nessun no, nessuna richiesta di approfondimento. Il nulla. Tanto che Maurizio Aponte è stato costretto a inviare una lettera-ultimatum ai sindaci, nella quale si legge tutta la delusione di chi aveva investito tempo, risorse e aspettative in un progetto che sembrava trovare terreno fertile.
Questo silenzio non è neutro. È una forma di decisione che non si vuole assumere, un rinvio che in politica ha spesso il sapore della resa. Ed è tanto più grave in un territorio che, sul piano portuale e turistico-marittimo, ha storicamente sofferto l'assenza di una visione strategica, accontentandosi di interventi frammentari e mal coordinati.

La decisione non può appartenere solo al palazzo

Per impatto paesaggistico, per ricadute economiche e per il rapporto che disegna tra la comunità e il proprio mare, un progetto di questa portata non può e non deve essere lasciato alla decisione silenziosa di qualche ufficio tecnico comunale o, peggio, all'inerzia di chi preferisce non decidere per non esporsi. Occorre aprire un dibattito pubblico, serio, partecipato, informato.
I cittadini di Piano di Sorrento e di Sant'Agnello hanno il diritto di sapere cosa si sta progettando sul loro litorale, di leggere gli studi ambientali, di conoscere i dettagli delle concessioni, di esprimere una posizione. Le associazioni di categoria, pescatori, operatori turistici, diportisti, devono essere coinvolte. La comunità scientifica locale e le soprintendenze devono essere ascoltate.
Non mi schiero né “per” né “contro” il progetto Aponte e non per pavidità: non è questo il punto. Mi schiero per il metodo. Più di quarant'anni di vita vissuta in mare mi hanno insegnato che le decisioni prese frettolosamente, senza conoscere la rotta, portano alla deriva. E che il silenzio, in mare come in politica, non è mai una risposta sicura.

Il Nautico Nino Bixio: una risorsa dimenticata che il mare ha davanti agli occhi

C'è un elemento che in questo dibattito viene stranamente ignorato, eppure è di grande rilevanza: a Piano di Sorrento ha sede il Nino Bixio, uno degli istituti tecnici nautici storicamente più significativi del Mezzogiorno. Una scuola che ha formato generazioni di ufficiali di coperta e di macchina, e che oggi — come tanti istituti del settore — porta i segni profondi della riforma Gelmini, con la drastica riduzione delle ore dedicate alle materie tecniche e alle discipline strettamente nautiche.
Quella riforma ha sottratto agli allievi ore preziose di formazione, materie che non si imparano solo sui libri, ma che si sviluppano attraverso l'esperienza diretta, il contatto con le imbarcazioni, la pratica sul campo. Ed è qui che la discussione sul porto smette di essere meramente urbanistica o economica, per diventare una questione culturale e educativa di primaria importanza.
Qualunque sia l'esito del progetto Aponte, il Nino Bixio deve essere coinvolto. Non in una logica di alternanza scuola-lavoro, formula spesso ridotta a parcheggio formativo senza vera sostanza didattica, ma in un progetto costruttivo strutturato: laboratori nautici a bordo, esercitazioni di manovra, gestione delle operazioni portuali, sicurezza marittima, ecologia del mare. Le strutture portuali già esistenti, riferendomi ai due porticcioli tanto criticati, e a ragione, potrebbero già oggi  essere messe a disposizione dell'istituto per attività pratiche a costo zero. Che lo si faccia, indipendentemente da qualunque decisione sul nuovo porto.
Il fatto che nessuna amministrazione carottese abbia mai seriamente perseguito questa sinergia, una scuola nautica storica a pochi passi dal mare, senza un progetto formativo legato al porto, è di per sé una misura dell'inadeguatezza politica che ha caratterizzato la gestione del territorio.

Le opere pagate e mai usate: il simbolo di una classe dirigente inadeguata

Per comprendere fino in fondo il livello di inadeguatezza istituzionale che ha caratterizzato la gestione portuale a Piano di Sorrento, basta guardare un fatto concreto, imbarazzante nella sua concretezza: nei porticcioli esistenti sono stati installati e regolarmente pagati con denaro pubblico, impianti per il recupero delle acque di sentina, degli oli esausti e delle acque chiare e scure prodotte dalle imbarcazioni. Sistemi fondamentali per la protezione del mare, imposti dalla normativa europea in materia ambientale. Sistemi che non sono mai entrati in funzione.
Non per mancanza di risorse, quelle c'erano, e sono state spese. Non per assenza di normativa, anch’essa esiste ed è chiara. Ma per quella combinazione tipicamente italiana di incuria gestionale, assenza di controllo e indifferenza politica che trasforma opere pubbliche in monumenti all'inefficienza. Nel frattempo, quelle sostanze inquinanti continuano a finire in mare, quel mare di un litorale che vorrebbe presentarsi come meta turistica di qualità.
È di fronte a questa realtà che il progetto Aponte va letto anche in chiave politica: non come alternativa a uno status quo accettabile, ma come possibile rottura con una gestione del territorio che ha prodotto spiagge perdute, impianti inutilizzati, scuole nautiche senza porto e porti senza cultura marinara.

Conclusione: un'occasione che non va affondata nel silenzio

La penisola sorrentina merita un porto degno di questo nome, inserito in una visione complessiva, comprensoriale del territorio. Se il progetto Aponte, opportunamente valutato, corretto dove necessario, vincolato nelle sue promesse pubbliche, può essere quella risposta, sarebbe un errore storico lasciarlo naufragare per mancanza di coraggio istituzionale.
Ma la comunità deve poter scegliere. Con consapevolezza, con dati in mano, con la voce in capitolo che le spetta. Non trovandosi davanti a decisioni già prese o, peggio ancora già non prese da un palazzo che preferisce il silenzio alla responsabilità.

Salvatore Mare



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